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Domenica 27 ottobre si è tenuta la Jakarta Marathon, Half Marathon e 10k, la mia prima corsa in terra asiatica. Mi iscrivo non senza un pizzico di apprensione per le insidie che incontrerò in gara che sono caldo e umidità. Decido per la mezza maratona, non ho ancora la maratona completa nelle gambe, ma ahimè mi è toccato farla comunque…

Accompagnato dall’amico Samaun, mi sono recato al famoso MONAS, il monumento nazionale indonesiano in pieno centro a Jakarta, per ritirare il pettorale. Nello scendere dalla macchina stavo quasi per dirgli “ci metterò una mezz’ora”, ma chissà per quale misterioso presagio, non gli ho detto nulla. Mentre camminavo verso il Marathon Sports Expo, incrocio un paio di podisti locali che ridendo mi chiedono se stessi andando a ritirare il pacco gara, alla mia risposta positiva, loro, sempre ridendo mi rispondono “it takes 5 hours…be patient!” continuando a ridersela allegramente. Convinto di aver frainteso o non compreso bene quello che mi avessero detto proseguo verso la mia destinazione. Mentre mi avvicinavo all’Expo, le parole dei due runner mi sembravano sempre più verosimili. Purtroppo non avevo capito male, avevo anzi capito benissimo: arrivato all’expo mi accoglie un serpentone umano che si protende a dismisura anche fuori dal tendone dell’organizzazione. Mi metto in coda convinto (o speranzoso) che i due potessero aver esagerato nella sparata del tempo passato in coda. Un po’ come per i pescatori, una trota fa in fretta a diventare un marlin, ma in questo caso il marlin forse era addirittura una balena. Più volte durante la coda ho la tentazione di gettare la spugna e ritirarmi, ma come ogni podista che si rispetti, quando è arrivata la crisi, ho continuato a mettere un piede davanti all’altro cercando di non mollare. Concludo la mia maratona in 5 ore spaccate e ho finalmente in mano il mio pacco gara. Tornato alla macchina dico sbigottito al mio amico che normalmente questa operazione richiede 5-10 minuti e lui ridendo (qui ridono tutti, sempre) mi da la più disarmante e semplice delle risposte: “welcome to Jakarta!”.

Il giorno della gara la partenza è fissata 5, per evitare per quanto possibile agli atleti il supplizio dei 42 km sotto il sole tropicale. L’atmosfera all’alba con le strade deserte è per Jakarta quanto di più irreale si possa immaginare. Infatti Jakarta è tristemente famosa come una delle città più trafficate del mondo, nonché la più grande in assoluto non dotata di una rete di metropolitana. A noi aronesi sembra trafficata Milano con il suo milione e 300 mila abitanti, immaginatevi Jakarta che di abitanti ne ha (ufficialmente) circa 10 milioni.

Allo sparo, parto con un’andatura allegra, ma dopo poco, pochissimo mi rendo conto che con un andatura del genere il caldo mi avrebbe schiantato prima di metà gara e tiro un po’ i remi in barca. Il percorso della mezza maratona parte dal MONAS e si snoda tra alcune delle vie più centrali della città, spingendosi fino alla Città Vecchia per poi tornare nel centro e “toccare” i principali monumenti di Jakarta, tra cui la Kathedral Church, la Istiqlal Mosque, la moschea più grande dell’emisfero australe seconda solo alla moschea Al-Masjid al-Haram della Mecca e il Selamat Datang Monument costruito in occasione dei Giochi Asiatici del 1962 e simboleggiante il benvenuto indonesiano ai visitatori stranieri.

La gara, come sempre, è dominata dagli atleti africani seppure con tempi leggermente sopra la media per atleti d’élite. Ciò un po’ a causa del clima che condizionava pesantemente la prestazione e un po’ perché la prima edizione della Jakarta Marathon non poteva possedere il blasone (né il montepremi) di altre ben più note maratone dove normalmente si ritrova il gota degli atleti di livello mondiale. Si aggiudica la vittoria maschile William Chebon Chebor con 2:14:32, mentre in campo femminile a trionfare è Mulu Seboka Seyfu con 2:42:58. In mezza maratona a primeggiare sono Bernard Muthoni con 1:07:21 e Gladys Gladys con 1:15:30. Io chiudo la mia corsa (soffrendo) con un 1:44:32 che mi vale il 30° posto assoluto, il 22° in campo maschile, ma soprattutto con la certezza di avere visto una Jakarta che esiste solo per un giorno all’anno, quella senza traffico, smog, macchine e motorini.

 

Iacopo Trattenero