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GRAND TOUR DELLE OROBIE

La scorsa settimana abbiamo citato la “sua impresa”, ora è con piacere che pubblichiamo il resoconto della fatica del nostro associato Marco dal quale traspare tutta l’emozione vissuta grazie a quell’esperienza.

Vi ricordo ancora una volta che il sito è A VOSTRA DISPOSIZIONE: raccontateci le vostre corse, se vi va di condividerle, e le vostre esperienze, mandando una mail a leonardi@podisticaarona.it

 

   

C’è sempre una prima volta e nel mio caso è quella di superare abbondantemente i 50km in gara: in effetti se considero che il mio esordio in maratona è targato novembre 2013….

Bando alle ciance. Io e il mio amico Niky decidiamo a dicembre di buttarci in questa avventura, in realtà sono io che lo “costringo” attratto dalla bellezza del paesaggio delle Orobie.

Il patto è fatto: ci si darà una mano e l’obiettivo è arrivare a Bergamo insieme divertendoci.

Sfruttiamo l’ospitalità del mio amico Paolo e dormiamo nei pressi della partenza, almeno un paio d’ore di sonno guadagnate rispetto al dover prendere il pulman dell’organizzazione.

Ovviamente dopo settimane di bel tempo e caldo (anche troppo caldo), capiamo che la garà sarà umida tendente al bagnato. Molto bagnato ma questo lo scopriremo dopo.

Comunque il morale è alto, pronti partenza VIA!

I primi km sono di lancio attorno al lago di Carona, poi partiamo con un bel vertical che ci porta, attraverso il breve pianoro del lago Marcio, al rifugio dei Laghi Gemelli. E mentre ammiro il paesaggio, mi accorgo che il mio socio si è staccato e che sta tardando: ok lui è uno stradista e non un muntagnin come me, tuttavia il ritardo mi preoccupa. E la sua smorfia di sofferenza ne è la prova lampante: è scivolato sulla discesa e ha sbattuto violentemente il costato.

Breve conciliabolo e si riparte. Ovvio ora i ritmi sono più bassi del voluto ma se prima non avevamo ambizioni di classifica ora ancora di meno: dobbiamo arrivare. Basta.

Al passo Gemelli inizia la prima vera discesa, abbastanza impegnativa e resa ancor più insidiosa dagli sprazzi di nebbia e dalle rocce viscide. Via senza troppe remore arriviamo al rifugio Alpe Corte.

Ripartiamo e attraverso al lago Brachino e alla dura inerpicata verso il passo omonimo si arriva al rifugio Capanna 2000: quello appena visto è, a mio parere, uno dei tratti più belli dell’intera gara e coincide con il sentiero dei Fiori da ripercorrere, ovviamente, nel periodo di fioritura.

La pioggia finora non ha dato fastidio, anzi…. Le cose cambiano uscendo dal rifugio. Secchiate.

Indossiamo la giacca e corriamo alla cima Gren da dove una lunga discesa ci porta alla base vita di Zambla.

Avevamo ipotizzato che a questo punto di aver percorso la parte più dura della gara: scopriremmo in realtà che dislivello e km non sono gli unici aspetti a renderla dura , ma il maltempo e la natura delle Orobie ci sorprenderanno successivamente.

Ora c’è l’ultima salita “importante” al monte Alben con relativa e sempre impegnativa discesa che attraverso un lungo traverso su una traccia di fanghiglia in mezzo ai prati ci farà arrivare al rifugio del Monte Poieto.

Siamo in ritardo rispetto al previsto ma passiamo abbondantemente prima che la direzione di gara chiuda la gara: decisione sempre difficile, sicuramente ben pensata visto quello che troveremo dopo.

Infatti fino a Selvino tutto bene, anzi benedetto asfalto che per qualche minuto ci permette di rilassarci e di correre tranquilli. Il grosso guaio inizia con la discesa dalla forcella del Monte di Nese: il sentiero è scavato attraverso rocce calcaree già normalmente non favorevoli all’aderenza, in più il fango argilloso… Non contiamo le scivolate, manco fossimo su un canalone innevato. Così nel buio della sera che avanza eccoci alla Maresana.

Speriamo che il brutto sia passato, ma prima di incamminarci un volontario ci dice: “attenti che è molto scivoloso”.

Noi speriamo, anzi crediamo, sia un invito ironico visto da dove eravamo arrivati, tuttavia bastano poche decine di metri per capire che sarà un delirio scendere: non è scivoloso è qualcosa di oltre!

Le lampade frontali illuminano il sentiero di fango e le strisciate di chi ci ha preceduto, facciamo gli equilibristi attaccandoci ai rami delle piante, vediamo alcuni che scendono sul sedere, qui vige solo la regola della sopravvivenza delle caviglie e delle ginocchia.

Non c’è scarpa che tenga, non c’è suola che possa dare un briciolo di aderenza, scendiamo lenti, troppo lenti ma non c’è altro da fare.

Quando finalmente vediamo le prime luci delle case capiamo di essere salvi: un gentile residente è lì da ore con la canna dell’acqua in mano per renderci presentabili: ne approfittiamo ammirando la quantità di fango che abbiamo raccolto sulle scarpe e sui vestiti, d’altronde stiamo per entrare in Bergamo, anzi nel cuore della città alta, occorre darsi un contegno!

In realtà siamo alla periferia e per la nostra gioia ci sono ancora dei colli da scavalcare, ma poi il campanile illuminato, la cinta delle mura, ecco finalmente la scalinata del Fontanone che ci porta al Duomo. Ora è finita davvero, davanti a noi il tappeto rosso: l’ultima curva prima di arrivare sul palco in piazza Vecchia.

Quale premio migliore può esserci oltre al bacio della propria moglie e dell’abbraccio dei propri amici che sono lì pronti a festeggiarti?

Marco Pognant

 

 

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